ALL’INFUORI DI ME – La folla e l’esperienza religiosa

Il rapporto tra le masse di fedeli e la religione come liturgia collettiva o, ancora, tra i diversi aspetti della dimensione “pubblica” della religione, è un oggetto di riflessione su cui si sono cimentate, nel corso del tempo, il pensiero teologico, le scienze sociali, lo stesso racconto giornalistico. La capacità delle grandi religioni di radunare grandi quantità di persone in un unico spazio, “chiamando a sé” eserciti di fedeli, e dunque la forza di creare un evento che riunisce il momento religioso e la sua condivisione è – come noto – sia simbolo del potere di “convocazione” della fede religiosa sia contrassegno della capacità di socializzare la fruizione di un evento e sacralizzare lo spazio dove l’evento stesso ha luogo.

Certamente gli eventi religiosi non sono gli unici fenomeni di aggregazione di massa: anche i comizi politici o i raduni musicali, tra gli altri, sono esempi del potere di radunare un grande numero di persone per la celebrazione di un evento che, per sua stessa natura, ha bisogno della “massa” per dispiegarsi e completarsi. L’esperienza religiosa non si può vivere in una postura esclusivamente individuale, senza coinvolgimento degli altri: oltre che per il singolo, la relazione con il divino rafforza la coscienza comunitaria e rinsalda l’identità collettiva. L’appartenenza alla comunità religiosa stimola, desta, sviluppa, determina, sostiene o frena il comportamento religioso del singolo. A sua volta, questi, con l’autenticità del proprio comportamento religioso sostiene o rinnova la vita religiosa comunitaria, o, al contrario, concorre a degradarla con la sua indifferenza ed estraneità. Riprendendo e rielaborando una nota espressione evangelica, il rito collettivo è tutto ciò che risulta e risalta all’infuori di me, nello spazio che – per vocazione o per casualità – addensa i fedeli e ne fa, agli occhi dell’artista, un unico oggetto di osservazione.

Gli eventi religiosi, però, possiedono una caratteristica che è sopravvissuta all’epoca della secolarizzazione: il “mistero” di un evento che si celebra non nell’hic et nunc dell’apparizione di una autorità, ma nell’evocazione liturgica dell’elemento divino, che rende il singolo partecipante, spettatore e attore del miracolo della fede. Il soggetto è posto “di fronte” al divino che si auto-mostra e si auto-comunica. Questo elemento segna una differenza decisiva, un indelebile marchio di alterità rispetto ad analoghi fenomeni aggregativi, e ci aiuta a comprendere perché alcuni sostengono che nel mondo contemporaneo è entrata in crisi l’esperienza religiosa ma non la religione come “fatto sociale”.

Il comportamento religioso personale è sempre socialmente caratterizzato e socialmente orientato, e questa attitudine extraindividuale oggi diventa una piattaforma cross-mediale che ramifica e moltiplica l’esperienza religiosa elementare su differenti superfici mediatiche, in cui i momenti di aggregazione collettiva (e tutto ciò che lì avviene in chiave di liturgia e rito) non sono più solo un’esperienza limitata ai partecipanti, ma si fanno immagini, video, materiali destinati a essere scomposti e ricomposti nell’universo mediatico globale.

Ma l’homo religiosus, rispetto a un lungo passato in cui la religione dominava e compenetrava lo spazio pubblico, e definiva anche i confini tra il momento del lavoro e il momento della festa, combatte una quotidiana battaglia per la visibilità, affronta una competizione aspra per non venire risucchiato nella “spirale del rumore” della mediatizzazione e del suo fortissimo potere di omologazione dei fenomeni sociali.

L’homo religiosus, dunque, lotta per affermare la specificità del messaggio di cui si fa portatore. In questa sfida, la qualità e il potere delle immagini, la maestosità delle cerimonie, l’aspetto dell’aggregazione delle masse, la festa collettiva sono delle risorse strategiche chiave che le grandi religioni monoteiste (in particolare il cristianesimo e l’islamismo) hanno a disposizione per marcare la loro capacità di differenziarsi dai nuovi culti à la carte e per affermare la potenza dei numeri giganteschi delle loro schiere di fedeli.

The relationship between the faithful and religion as collective liturgy and, moreover, the various aspects of the “public” dimension of religion, is an object of reflection long argued in the course of time, by theologians, social scientists and journalists.  The ability of great religions to bring together huge crowds of the faithful in a single space and then the strength of creating an event experience combining a religious moment with the share of the moment itself, is – as known – both the symbol of the power of calling people together in the name of religious faith and the ability to socialize an event and make the space, where the event takes place, sacred.

Religious events are certainly not the unique phenomena of mass aggregation. Political meetings and music concerts are also examples of events able to gather a large number of people together in order to celebrate an event that, by its very nature, needs “the mass” to be complete.  The religious experience cannot be lived only and exclusively in an individual way without the involvement of the others: as well as it happens for the individual, the relationship with the Divine reinforces our sense of community and collective identity.  Being a part of a religious community stimulates, awakens, develops, causes, supports or inhibits religious behavior in the individual.  At the same time, the individual, through the sincerity of his own religious behavior, supports and renews the religious community life or, on the contrary, combines to bring about its downfall.  Taking up and revising a well-known Gospel message, we can say that the collective ritual is all that exists and  stands out of myself, in that space where– by vocation or by chance – the Artist gathers the faithful and makes it a unique object of observation.

Religious events, however, have a characteristic which has been surviving over the centuries: the “mystery” of an event celebrated not in a “here-and-now” sequence but evoking the divine element through the liturgy in order to allow each single participant to experience the miracle of faith.  The individual is spiritually “in front of” the Divine who shows and communicates itself . This element marks a crucial difference leaving a indelible mark compared to other similar phenomena that attract large communities. It also helps us to understand the reason why someone is asserting that religious experience in the modern world is suffering a crisis whilst its social relevance remains intact.

Nowadays, personal religious behavior is socially oriented and this extra individual attitude becomes a cross-media platform which grows and increases the primary religious experience onto different media levels, where moments of aggregate experience ( and all that it may happen within it in terms of liturgy or ritual ) are no longer  an experience for participants only, but the religious experience becomes a global one using a variety of media forms such as images, videos and many other matters.

However, the “homo religiosus”, compared to the past when religion dominated and permeated the public environment setting even the limits between work life and celebrations, is now fighting a daily battle for visibility and facing tough competition to avoid getting sucked into the “spiral of noise” of media coverage and its strong ability to standardize social phenomena.

The “homo religiosus”, therefore, is fighting to have his specific message heard.  As a result, the quality and the power of the images, the greatness of the ceremonies, the congregation of the masses and the collective celebration are key strategic resources that the great monotheistic religions (especially Christianity and Islam) have at their disposal to emphasize their ability to differentiate themselves from new “à la carte” religious movements and to affirm once more their power in terms of huge numbers of followers.