Esistenze in movimento dentro le immagini

di Miriam Castelnuovo, critica e storica dell’arte
Vi è inoltre un triste paradosso nel constatare come la pura fotografia, unico mezzo la cui resa di immagine possa essere totalmente fedele alla realtà, di essa finisca per mutarne i connotati, ormai totalmente travolta dalla ossessiva e fedifraga presunzione del fotoritocco. Pacanowski si pone di fronte allo stesso universo, reale e tangibile, ma con tutt’altri propositi, senza l’intenzionalità della post-produzione e senza avvalersi di strumenti tecnologici, se non al momento dello scatto.La sua idea di opera d’arte consiste propriamente in questo; egli non si pone l’interrogativo di quanto essa possa rivelarsi compresa tra un’identità fragile, confusa e difficile da sostenere, ma piuttosto grava in quest’artista l’incognita più complessa di quella realtà ancora inesplorata, che pronta per essere colta, disseminata e perfino proteiforme, davvero lo attrae e allo stesso tempo lo confonde per la sua molteplicità. Egli considera più importante possedere nuovi strumenti di giudizio e di interpretazione, per poi poterli integrare a quelli consueti, al fine di riuscire in un approccio interdisciplinare attraverso cui distinguere e definire quei modelli artificiosi, fondati soprattutto sulle apparenze. Dunque in Pacanowski risiede l’animo di colui che in perenne frenesia, motivato dall’amore, dal rispetto, dal timore e dall’entusiasmo per questa nuova vita, la ritorna ad apprezzare per assaporarne le infinitesimali sfumature scatto dopo scatto, senza ripensamenti. Se i grandi maestri della storia dell’arte, spesso hanno intrapreso un percorso stilistico per poi abbandonarlo, trasformarlo o addirittura rinnegarlo, in nome di qualcosa di assolutamente opposto, ad esempio nel passaggio da un periodo figurativo a quello astratto, diversamente nelle fotografie di Pacanowski, l’immagine reale si perde dentro la matericità dei suoi stessi colori, quale riconferma della sola presenza preordinata al momento dello scatto. Come egli giunga nella realizzazione di opere di vera pittura solo fotografando, risiede in quella formula alchemica, per cui da ogni opera egli sprigiona un’impalpabile melodia musicale. Le sue immagini infatti vogliono stimolare tutti i sensi, così come proprio da essi esse scaturiscono: dal ruvido al grezzo, al liquefarsi di certe forme trasparenti, che lentamente si fondono in altrettante diversamente tangibili, talvolta riuscendo nella percezione delicatissima del ton sur ton. Molteplici i segni o i segnali che si leggono su quei materiali che fungono da supporto primario nella realizzazione dell’opera stessa: la materia si trasforma in verbo attraverso il quale poter comunicare. In superficie essa si nutre del forte cromatismo per cui mette in evidenza tutte le campiture di luce, più in profondità essa funge da supporto materico, già determinato dall’artista all’inizio del suo operare e che se indefinibile per noi spettatori, risulta determinante per la riuscita stessa della fotografia. E ancora nella loro intimità, l’artista scava gli animi facendo risultare il segno grafico, gestuale della messa in opera, rapido quanto il “click” di uno scatto, che procedendo all’infinito trama matasse intricate e dense, quasi come fossero delle esemplari metafore pittoriche: Sensualità, Malinconia, Caos e poi ancora Ordine, quindi Silenzi, Sentimento e Passione, Meditazione. Sono dunque queste le diverse emozioni che compongono l’insieme fotografico in cui si alternano zone di colore piatto, uniforme, quasi impenetrabili e impermeabili, come l’idea della terraferma in un tormentoso pullulare di numerose emozioni, che solo la fotografia può immortalare. Dalle fotografie di questo artista, traspira il senso del tempo che lento passa tra uno scatto e l’altro, esattamente come avviene in pittura nel raggiungimento di una sedimentazione espressiva. Nelle opere fotografiche di Pacanowski il tempo scandisce simil pennellate materiche, che sovrapponendosi l’una all’altra, finiscono nel generare architetture segniche sterminate: non nella loro estensione spaziale, ma nella profondità e nel peso esistenziale che esse suggeriscono, di una vita vissuta fino ad ora, con estrema passione.
Existence of movement inside the pictures
by Miriam Castelnuovo, critic and art historian
Andrea Pacanowski went through the stylistic path similar of those of Big Masters, there is no need to consider this comparison as catalogued like many others, frequently with superficiality as can be read in tests of those doing the same work of mine. Pacanowski is not a painter; he is by fact an artist without brush, solvents and artificial colours. Pacanowski is an artist with a tripod. This young roman from Polish origins, was born like this just for his DNA, as he explains, present in his family for several generations. Still free from school prejudices, guided only by his sensibility and by the still fresh footsteps of his parents, he pays attention to what he is surrounded , stimulated by instinctive desire to deepen and pushed by more primitive taste to rediscover, touch and manipulate, overcoming from the beginning the sense of sight. He lives for years inside the path without stops to rest, but in a very contrasting way: enthusiasm of young reached early the pick of professional success, lost any stimulus, preserves tenacious working until maturation, ready for new path. Today this artist lives emitting cumulus of energy from his mind first and then from his hands with simultaneous complicity, quiver in desire to mould the material, refuting categorically mere realization of opera. Pacanowski comes down to comparison with the object of his creation , having a hypothesis that for it there are already open the systems of relations which involve the entire sensorial sphere between it and the user in totality. With his photographs he would like to signify a particular way of doing art, with which establishes the dialogue, as to render the masterpiece dissolved in the process of interactive relations in continuous metamorphosis. Lets think about image “Men” in its reiterating always different from the distinguishable human figures, even if in their melting aspect. The artist in this case as in others, introduces with new vigour the own intention to make flow together in photograph relations and interactions between the most different expressive languages which belong to various forms of art, as well his personal tentative to elaborate the sort of morphology of artistic and contemporaneous expression. He composes his artwork as a musician: the image is already perfect in his mind and he uses the instruments to realize it in perfect harmony with his thoughts, giving live to that artistic system of opening, for which it is possible to change the route to streets without boundaries and in continues evolution. It is regarding the aspiration in some aspects alchemist, in a successful tentative to create the language based on synaesthesia and on multisensory aspects which reside in probable diversities of expression. All these elements gathered together assume in Pacanowski particular sense and urgency, from the first moment in which the artist prepares to create the set for his first click. In a completely opposite mode he positions himself in front of the author’s photograph many times so detached and inexpressive in rendering, that it is difficult to judge it: it is in fact appropriated of its universe, so vast and articulated as in fact it is the natural world, multiform and interrelated, serving of the typical language of social communication, taking in this way the character willing to uniform in its proper creative acceptance.