Fotografare lo Spirito. Il percorso fotografico di Andrea Pacanowski

di Julie Kogler, critica e storica dell’arte
Oggi che valanghe di notizie, immagini, flash, rumori e stimoli inondano la vita del singolo e delle comunità, soltanto avvenimenti dall’elevato fattore numerico, possono ancora reclamare per sé attenzioni e il giusto peso nella percezione pubblica. Infatti, sono le masse che spostano le montagne. Un elemento indispensabile per radunare folle di persone è il leader – di aspirazione religiosa o politica – capace di conferire un senso superiore all’esistenza dei suoi seguaci. Il coinvolgimento emotivo deve trascinare la moltitudine degli individui a un livello sublime di scioglimento nell’elisir della conoscenza. L’incitamento dei cinque sensi non lascia scampo a sensazioni personali ma proietta la comunità ad un eccitamento sensoriale unanime. Pensiamo ad un accadimento più recente: il lutto per la morte del dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-Il, che è sfociato nei tanto documentati pianti collettivi del popolo, durati interi giorni. Oppure alle festività Indù del Kumbh Mela, pellegrinaggi che si festeggiano in varie località a scadenza di 6 o 12 anni: il Maha Kumbh Mela celebrato ad Allahabad nel 2001 è stato il più grande raduno del pianeta terra, contando circa 60 milioni di fedeli. Molti si ricorderanno delle celebrazioni del Giubileo della Chiesa romano-cattolica nel 2000 che ha avuto un suo momento chiave nella Giornata Mondiale della Gioventù e che ha visto numerosissime delegazioni di tutti i Paesi unite in preghiera. Eppure all’infuori di eventi dal tono spirito-messianico, si possono riscontrare paragonabili fenomeni di massa che spingono le folle ad abbandonarsi in moti estatici di anima e corpo. Concerti rock, disco-rave e partite di calcio possono manifestare sintomi di delirio corale simili a quelli rito-sacrali. Il fotografo Andrea Pacanowski, di origini polacche ma nato a Roma in una famiglia dove l’arte era di casa, negli ultimi anni ha cercato di afferrare l’atmosfera di alcune di queste affollatissime manifestazioni di culto. Lungi dall’immortalare le vicende mediante l’occhio oggettivo del reporter, Andrea Pacanowski si è recato in quei luoghi per captare l’aura d’incontri mistici per eccellenza attraverso la lente del suo dispositivo fotografico. Andrea Pacanowski si è formato nell’ambiente della moda, nei primi anni ’90 i set fotografici dei grandi fashion magazine sono la palestra dove egli affina la vista, dove conferisce alle modelle in posa quell’ambìto aspetto di bellezza iconica. Qui, impiega la luce per creare il sogno di perfezione che si distende sulle pagine patinate. Dopo molti anni in cui ha eseguito servizi fotografici editoriali e campagne pubblicitarie su commissione per riviste come Marie Claire, Elle, Vogue Italia, L’Uomo Vogue e Cosmopolitan, principalmente in Canada e negli Stati Uniti oltre che in Italia, Andrea Pacanowski decide di dedicarsi a una ricerca più intima, intenzionata a penetrare la superficie dei suoi soggetti per cristallizzare visivamente il loro carattere cromatico ed energetico che ne vitalizza l’indole sottile. L’approccio iniziale dell’artista di rappresentare figure disegnando fotograficamente i loro contorni, in seguito deve lasciare spazio ad una inedita maniera dello “sfumato” che evapora nelle sue fotografie. Da allora, quando Pacanowski scatta le foto a persone, paesaggi urbani, scorci industriali o figure isolate, richiama lo stile “en plein air” dei grandi pittori impressionisti come Monet, Pisarro o Manet di fine ‘800. Osservare le fotografie di questo artista da una certa distanza permette all’osservatore di individuare la loro natura figurativa, mentre l’avvicinarsi ad esse significa immergersi in un alveare di macchie di colore che lasciano, appunto, l’impressione cromatica. La sua fotografia sembra subire una metamorfosi in cui il tipico aspetto meccanico-digitale si trasforma in pennellate vibranti di pittura. La bi-dimensionalità che solitamente risulta sulla carta fotografica, ora s’apre per ottenere una profondità tridimensionale. Andrea Pacanowski sorprende critici e pubblico per la perizia con cui scatta le sue fotografie, rinunciando all’ormai diffusissima post-produzione. Pacanowski giunge all’opera finale attraverso elaborati giochi di riflessi creati prima dello scatto fotografico. Mediante vetri, superfici riflettenti, e uno straordinario utilizzo delle fonti luminose associate ad aperture di diaframma, supera i limiti della mera rappresentazione epidermica per portarla ad una dimensione ampliata. Quando l’artista narra momenti d’intensa religiosità dove innumerevoli corpi dal vestiario conforme si fondono nella stessa brama meditativa, s’assiste ad una trasformazione del dato figurativo in visioni astratte. Opere fotografiche non-figurative, ovvero “astratte”, sembrano apparire nel percorso di Pacanowski dopo un processo di voluta e progressiva spoliazione dei connotati descrittivi e figurativi, sfocando le forme reali nella moltiplicazione dei soggetti assomiglianti. Un buon esempio di paragone è la sequenza dell’Albero di Piet Mondrian dove, partendo dalla raffigurazione pittorica piuttosto fedele al reale di un albero, l’artista passa alla semplificazione delle sue ramificazioni per giungere a rendere visibile la sola struttura intrinseca, che appare come un’immagine astratta. Attraverso i mezzi visivi della sua fotografia pittorica, Andrea Pacanowski libera il colore e le forme da criteri di verosimiglianza, riuscendo ad esprimere contenuti spirituali con la stessa immediatezza ed “astrattezza” della musica. I luoghi che gli hanno permesso di cogliere l’essenza della spiritualità nel pigmento cromatico delle sue fotografie sono la città di Roma, Gerusalemme e Fes – città santa del Marocco -, uno dei centri più attraenti del mondo islamico, tutti visitati in circostanze significative di ricorrenze religiose monoteiste. Trovandosi in questi posti mentre folle di persone vi convogliavano, Pacanowski ha realizzato fotografie inconsuete ai rituali in atto, momenti intensi tra la folla e l’autorità religiosa. Ponderiamo le sue immagini ferme come l’acme di un momento irripetibile, come istante ricolmo di tensioni che scandiscono il racconto visivo che risente ancora dell’attimo prima, caricandosi già di un auspicabile dopo. Il frutto di tali esperienze catartiche di massa è tutto raccolto nella mostra personale All’infuori di me. Un percorso per immagini allestita presso il Museo di Roma in Trastevere, dove Andrea Pacanowski offre allo spettatore la chiave per immedesimarsi nello spirito coinvolgente di questi eventi collettivi. L’artista intende disegnare un sentiero mistico che non rimane nell’ambito della conoscenza individuale ma che si avventura nelle sfere delle sensazioni comunitarie dei nostri tempi.
Shooting the Spirit. The photographic career of Andrea Pacanowski
by Julie Kogler, critic and art historian
Nowadays the lives of individuals and communities are inundated with tons of news, images, flashes, noises and stimulus, therefore only the events having a high numeric and quantitative relevance can still claim for attention and for the right importance in public perception. In fact the crowds are those who move the massive media attention. The leader – of religious or political ambition – is the essential element to gather the crowds, able to give a higher sense to the existence of his supporters, thanks to Weber aura that surrounds him. The multitude of individuals is swept away by the emotional involvement at a sublime level of dissolution in the elixir of knowledge. The five senses incitement does not allow any personal sensation, but drives the community towards a unanimous sensorial excitement. Let’s consider a quite recent event: the mourning for the death of the North Korea dictator, Kim Jong-Il, that lead to people’s collective crying lasting many days and so much reported. Or the Hindu holidays of Kumbh Mela, pilgrimages celebrated in different places every 6 or 12 years: the Maha Kumbh Mela celebrated in Allahabad in 2001 was the biggest meeting of the planet with about 60 millions of believers. Many of us remember the celebrations for the Jubilee of the Roman-Catholic Church in 2000, whose key event was the World Youth Day, where many delegations of different countries were prying together, or the funerals of the protagonist of that event (and of many other mass events of Catholicism) John Paul II four years later. Besides the spiritual-messianic events, we can find similar mass phenomena that push the crowds to abandon themselves to enraptured impulses of the body and soul. Rock concerts, disco-rave and football matches can manifest symptoms of unanimous frenzy similar to those of the sacred rituals. During the last years Andrea Pacanowski has tried to seize the atmosphere of some of these crowded religious events. Far from immortalizing the events through the reporter’s objective eye, Andrea Pacanowski went to that places to seize, through the lens of his camera, the typical atmosphere of the mystic meetings par excellence, or the spontaneous mystic of huge meetings. Andrea Pacanowski’s training started in the fashion’s world; in the beginning of the Nineties the photographic sets of the big fashion magazines were the gym where he sharpened his sight and invested the posed models with the desirable aspect of beautiful icons. There he used the light to create the dream of perfection that covers the glossy pages of the fashion magazines. After many years of editorial photo shootings and advertising campaigns on commission for magazines such as Marie Claire, Elle, Vogue Italy, Vogue Man and Cosmopolitan, in Canada and in the United States in addition to Italy, Pacanowski decides to dedicate to an inner research, with the intention to penetrate the surface of his subjects to visually crystallize their chromatic and energetic character that revitalizes their slight nature. The starting approach of the artist to represent the figures by drawing photographically their outlines, later has to give way to the new “shaded” style that evaporates in his pictures. From that time onwards, when Pacanowski takes pictures of people, urban landscapes, industrial glimpses or single figures, recalls the style “en plain air” of famous impressionism painters as Monet, Pisarro or Manet of the end of Nineteen century. The observer, looking at the pictures of this photographer from a certain distance, sees their figurative nature, while getting closer to them means to plunge in a hive of splashes of colour that give the chromatic feeling. His photography seems to have a metamorphosis, the typical mechanical-digital aspect become paint vibrating brushstrokes. The bi-dimension that usually comes out on photographic paper, is transformed here in a three-dimension depth. Andrea Pacanowski surprises the critics and the public with his skill in taking pictures, giving up with post-production, used so much nowadays. Pacanowski gets to the final work by the use of reflections created before the photographic click. He overcomes the limits of the simple epidermal representation to bring it to a wider dimension, through the use of glasses, reflecting surfaces and an extraordinary use of light sources together with the various openings of the diaphragm. When the artist describes some moments of intense religiosity – where innumerable bodies dressed in the same way blend in the same meditative craving – we assist to the transformation of the images from figurative to abstract. Not figurative photographic works, therefore “abstract”, seem to appear in Pacanowski career after a process of desired and progressive divestment of the figurative description, blurring the real shapes through the multiplication of similar subjects, in the representation of a large crowd. A good comparison is the sequence of the Tree by Piet Mondrian where, starting from the pictorial representation of a tree, pretty similar to reality, the artist goes on to the simplification of its ramifications in order to make visible just the intrinsic structure, looking like an abstract image. Through the visual means of his pictorial photography, Andrea Pacanowski sets colours and shapes free from the likelihood criteria, succeeding in the expression of spiritual contents with the same immediacy and “abstractness” of music (where abstraction is not a process of negation of reality, but its way to become true in a deepest dimension , through a divestment of the redundant details). The places that allowed him to grasp the essence of spirituality in the chromatic pigment of his pictures are Rome, Jerusalem and Fes – the holy town in Maroc – one of the most attractive places of the Islamic world, all of them visited in significant circumstances of monotheistic religions occasions. Founding himself in these places during the gathering of enormous crowds of believers, Pacanowski took unusual pictures for the rituals that were taking place, intense moments of the relationship between people and the religious authority. Let’s consider his still images as the acme of a unique moment, as an instant full of tensions that mark the visual story, which is still influenced by the previous moment and already charging with a desirable coming one. The result of these mass cathartic experiences is collected in the exhibition All’infuori di me dedicated to him at the Museum of Rome in Trastevere, where Pacanowski offers to the viewer the key to identify himself in the absorbing atmosphere of these collective events. The artist wants to draw a mystic path that does not remain within the individual knowledge but ventures in the fields of the community sensations of our times.