L’”Occhio emblematico” di Andrea Pacanowski.

di Stefano Colonna, critico e storico dell’arte
Anche grazie a questa nuova mostra di taglio sociale e religioso le opere fotografiche di Andrea Pacanowski appaiono come il frutto prezioso di un meditato percorso iniziatico che ha il suo punto di partenza nel caotico e sfavillante mondo della moda internazionale e il suo punto di arrivo in un luogo senza tempo né forma che io, per comodità del lettore, chiamerei ”Occhio emblematico”. Ho molto apprezzato la ferrea volontà di Andrea che ha rinnovato se stesso e la sua arte fotografica in un drastico cambiamento di progetto di lavoro e di vita, sia per il notevole sforzo psico-fisico compiuto, sia per gli effettivi risultati raggiunti in termini di opere prodotte. In questa odierna fase di sviluppo della fotografia digitale la rinuncia alla post-produzione voluta da Andrea a favore di tecniche di lavorazione dell’immagine “pre-scatto” di natura assolutamente sperimentale è già di per sé un elemento distintivo, ma ciò che maggiormente colpisce nell’opera di Pacanowski è la capacità di offrire una “gestione” dell’immagine fotografica in termini di meta-linguaggio post-moderno per cui i singoli elementi della visione si sovrappongono in una lettura complessa e stratificata dell’opera completa. In questo senso gli echi lontani dei collage cubisti, che evocavano a loro volta la dimensione spazio-temporale, si sedimentano in moderne citazioni oniriche della Pop-Art, superandone la visione della società di massa degli Anni ‘60 nei termini di una moderna lettura individualistica dell’oggetto sociale preso in esame. Cubismo e Pop-Art citati e al tempo stesso rifiutati in nome di un passo in avanti che è al tempo stesso un ritorno al Rinascimento, a quella passione per i nuclei simbolico-espressivi che prendevano il nome di emblemi e potevano avere oppure non avere a corredo anche un motto esplicativo, tanto da farmi pensare ad un occhio che ragiona come un organo “emblematico”. Inoltre nelle opere esposte colpisce la volontà di riappropriazione della “lastra virtuale fotografica” nei termini di una “tela pittorica invisibile” laddove Pacanowski “scava” i livelli del colore creando la sensazione di un approccio manuale ed artigianale all’oggetto fotografico che da opera riproducibile (Benjamin) ritorna a desiderare la condizione di essere un oggetto “artigianale” unico ed irripetibile ed avvicina dunque il lavoro del fotografo a quello del pittore. E infine direi che in questa nostra fase storica contemporanea di declino delle grandi ideologie e delle interpretazioni “forti” del mondo e della società, la volontà stessa di scegliere un tema assolutamente universale come le tre grandi religioni, mostra un percorso estetico-filosofico contro-corrente che potrà essere giudicato in tutta la sua portata innovativa solo fra qualche decennio, ma che già ora appare come un contributo originale nel panorama della fotografia contemporanea
Andrea Pacanowski’s ”Emblematic Eye”
by Stefano Colonna, critic and art historian
Thanks also to this new exhibition, social and religious oriented, the works of Andrea Pacanowski look like the precious result of a pondered career which starts in the chaotic and sparkling international fashion world to reach a timeless and shapeless place that I will call the ”Emblematic eye” for the readers convenience. I really appreciated Andrea’s strong willingness to evolve together with his photographic art through a sweeping change towards a new professional and personal project, both for the big psycho-physical effort and the outstanding results of his works. In the era of digital photography, the distinguishing element is the renunciation of post-production wanted by Andrea in favour of “pre-click” completely experimental image’s working techniques. But what is most astonishing in Pacanowski’s work is the ability to “manage” the photographic image in terms of postmodern meta-language, therefore each visual element is overlapped in a complex and stratified interpretation of the entire work. In this sense the distant echo of cubist collages, that recall the space-time dimension, settle in Pop-Art modern dreamy quotations, overcoming its view of the sixties mass society in terms of a modern personal interpretation of the social aspect examined. Cubism and Pop-Art are mentioned and rejected at the same time in order to make a step forward which is also a step backwards to Renaissance, to the passion for the symbolic-expressive so called emblems, that could have or not have an explanatory motto, so to make me think of an eye which thinks as an “emblematic” organ. Moreover in the exhibited works what is striking is the will of appropriation of the “virtual photographic plate” as an “invisible painting canvas” where Pacanowski “digs” the colour layers giving the sensation of a manual and traditional approach to the photographic work, which is not reproducible anymore (Benjamin) and wishes to be a handmade unique object, therefore approaching the work of the photographer to the one of the painter. Finally I would say that in our contemporary historical phase of decay of main ideologies and “strong” interpretations of the world and society, the choice of a universal subject as three main religions, shows an aesthetic-philosophical path going against the tide, whose innovative extent will be judged in few decades, nevertheless nowadays it represents already an original contribution in the contemporary photography outlook.