Metapitture fotografiche e fotografie metapittoriche di Andrea Pacanowski

di Diego Mormorio, critico e storico della fotografia
Fotografo per educazione e pittore per vocazione, Andrea Pacanowski conduce la luce per vie traverse, usando tele, colori e molti accorgimenti, al fine di creare fotografie che vanno al di là dell’ordinarietà della fotografia. Per essere, invece, scatti poggiati su pitture che sono reti dove vengono intrappolate le immagini al loro passaggio attraverso l’otturatore della macchina fotografica. Egli è pittore in quanto fotografo e fotografo in quanto pittore: autore di immagini che non sono né fotografie né pitture, ma metapitture fotografiche e fotografie metapittoriche. La sua arte vive di superfici riflettenti diverse da quelle che già dall’Ottocento hanno popolato la fotografia e che hanno avuto straordinaria presenza nell’arte sperimentale e d’avanguardia dei primi decenni del Novecento. Non hanno freddezza o durezza. Risultano anzi morbide, vellutate, tanto che la mano sente il desiderio di accarezzarle. Sono quadri costruiti in un modo del tutto particolare. Ed la loro costruzione già origina la forma del soggetto che vi si rispecchierà. Le immagini di Andrea Pacanowski sono il segno di un’idea poetica dell’esistenza, trasfigurata dal gesto creativo, che ha la forza di portare al di là dello specchio, dove Alice attende di essere raggiunta. Sono immagini che vivono nell’incanto originato dalla trasformazione che le cose subiscono lungo la via del rispecchiamento che, come tutte le vie è, in realtà, sempre e fondamentalmente cammino della trasfigurazione. Il mondo, infatti, è momentaneità fisica osservata da un occhio esso stesso momentaneo, il quale, nella volontà di chi veramente vuole percepire la realtà, aspira a vedere allo stesso tempo l’eternità e l’attimo. Sempre e inesorabilmente, l’eternità si presenta al mondo sotto la forma dell’attimo – e a ogni attimo si fa diversa e sostanzialmente immutabile. Ragione per cui ogni immagine fotografica è un calarsi nell’eterno, restando però sempre dentro la precarietà della vita. Un dialogo. Così come è fondamentalmente un dialogo il lavoro che viene presentato qui da Andrea Pacanowski, col felicissimo titolo di All’infuori di me. Perché, in fondo, cosa sono il mondo e la vita se non un dialogo tra noi e gli altri, tra il fuori e il dentro, o meglio, tra l’esterno e il profondo? L’infuori di me è quello che istante dopo istante, nella vita di tutti i giorni, si fa esperienza e, dunque, coscienza: possibilità di confronto. Le fotografie di Pacanowski che il pubblico si trova di fronte a un primo frettoloso sguardo potrebbero sembrare ottenute per via digitale o, come si usa dire, in post-produzione. In realtà, esse sono state eseguite in analogico, con l’uso cioè della “vecchia” pellicola. Il fotografo non riprende direttamente i soggetti, ma le immagini che si riflettono sulla superfici che ha preparato precedentemente. Queste superfici possono essere di tela, di legno, di vetro o altro. Trattate con vernici, gesso, silicone o altre materie, vengono successivamente graffiate e, nel caso dell’uso del vetro, il prodotto si ottiene giocando sul rapporto tra parte dipinta e quella lasciata trasparente. Si tratta di pitture che possiamo ricondurre all’espressionismo astratto e che meriterebbero di essere esposte – con pieno significato – per loro conto. Il negativo ottenuto per questa via può essere stampato su diversi tipi di supporti e, in alcuni casi, su una superficie sulla quale Pacanowski ha operato un ulteriore intervento pittorico. Si tratta, dunque, di un lungo e complesso lavoro di realizzazione. «Non mi è mai piaciuta la via breve», dice infatti Pacanowski, quasi alludendo a metafore alpinistiche. Ed è una frase fondamentale per capire il suo lavoro fatto di instancabilità e di volontà creativa. Pacanowski è affascinato da questo incontro tra la pittura astratta e la precisione fotografica, che origina forme riconoscibili e al tempo stesso indefinite. Una sorta di evanescenza che fa pensare al mito di Narciso – alla bellezza riflessa sull’acqua. Una bellezza che proprio nell’evanescenza si fa più toccante e desiderabile (Evanescente. Così doveva essere il ritratto fotografico della madre che Baudelaire, senza risultato, desiderò di avere). Il fruitore delle immagini di Pacanowski si trova costretto a fare i conti con questa fusione tra precisione e indeterminatezza già al primo sguardo. Viste da vicino, le stampe di grande formato di questo autore rivelano infatti solo astratte macchie di colore. Mentre si definiscono nella lontananza. In essa emerge la trama. Seppur evanescenti, si presentano come figure riconoscibili. Pacanowski ha cominciato il suo percorso creativo giovanissimo, come assistente di Alberta Tiburzi, che prima di diventare fotografa era stata una famosa modella. Pacanowski lo riconosce pubblicamente: è stata lei a trasmettergli, diciottenne, il piacere di usare la luce. Ma ancora più a monte, la sua formazione ha risentito profondamente dell’insegnamento del padre Davide, famoso architetto polacco di famiglia ebraica, la cui madre era scultrice e le cui sorelle erano una pittrice e l’altra musicista. È stato nella vivace atmosfera culturale della sua famiglia che Andrea Pacanowski ha trovato le sollecitazioni per divenire un apprezzatissimo fotografo di moda. Per anni egli ha vissuto il suo mestiere con molto profitto e soddisfazioni, riuscendo ad esprimere in esso la propria forza creativa. Lentamente, però, ha cominciato ad avvertire che questa forza non poteva trovare più applicazione nella moda. Troppe cose la frenavano. Avvenne così che quel mondo che inizialmente lo aveva attratto cominciò a risultargli stretto. Il suo nuovo cammino creativo si è definito lentamente, dentro una vera e propria crisi esistenziale. La risalita è cominciata con un autoritratto. Era il suo riflesso su una parete di casa: «È stata – dice Pacanowski – quasi una visione». Sei mesi dopo ha iniziato a sentirsi dentro una nuova leggerezza, autore di alcune delle sue più riuscite immagini, dove l’elemento compositivo – che è l’architettura della fotografia – è fondamentale. Nelle sue composizioni, Andrea Pacanowski cerca infatti di evitare ogni casualità, puntando all’ordine e al rigore con precisa determinazione. Come gli antichi Greci, vede in essi la misura dell’opera d’arte. Egli applica questa determinazione a tutti i suoi soggetti. I quali risultano estremamente vari e, comunque, sempre riconducibili alla bellezza della visione – al presentarsi della felicità. Mentre guardo insieme a Pacanowski le sue immagini, sento che esse mi ricordano qualcosa che non riesco a individuare. Ad un certo punto egli mi parla del fascino che hanno esercitato su di lui le antiche vetrate delle chiese. Improvvisamente mi torna in mente quella bellezza luminosa e mi si chiarisce il collegamento. Luce e colore sono gli elementi del felice sposalizio delle immagini di Pacanowski, che si mostra limpidissimo nel lavoro che viene qui presentato, All’infuori di me. Al di là dei molti ragionamenti che il tema può alimentare, il punto da cui muove l’autore è la fascinazione delle folle per gli eventi religiosi. Egli ha ripreso alcune manifestazioni delle tre più importanti confessioni monoteistiche – ebraica, cattolica e islamica – senza alcun intento documentativo, ma col suo solito interesse artistico: coloristico e compositivo. La materia in oggetto è per lui un elemento puramente visivo. Nel suo sguardo non c’è alcun pregiudizio né alcuna volontà di giudicare. C’è solo il piacere di vedere. Vedere come le masse, col loro partecipare a un rito, condividono un’esperienza che formalmente si presenta quasi come un’opera d’arte. Le immagini che Pacanowski offre al nostro sguardo sono come un fiume che scorre placido e sul quale scivolano le più variegate ombre. Dobbiamo solo guardarle, accarezzare i colori e sentirci da essi accarezzati. Tutto il resto è inutile, e forse anche dannoso.
Photographic meta-paintings and meta-pictorial photographs of Andrea Pacanowski
by Diego Mormorio, critic and expert in history of photography
Photographer by education and painter by vocation, Andrea Pacanowski conducts the light through alternative ways, using canvas, colours and many devices with the purpose to take photographs that do not belong to ordinary photography. His pictures lay on paintings which are like nets that trap the images passing by through the shutter of his camera. He is a painter being a photographer and a photographer being a painter: he is the author of images that are not pictures nor paintings, but photographic meta-paintings and meta-pictorial photographs. His art is made of reflecting surfaces which are different from those belonging to the XIX century photography or the extraordinary ones belonging to the experimental and avant-garde art of the first decades of the XX century. They do not have any coldness nor hardness. On the contrary they are so soft, smooth that you feel the desire to caress them with your hand. His works are made in a unique way. Their initial feature already gives the shape to the subject they will reflect. Andrea Pacanowski’s images represent the mark of a poetic idea of the existence, transformed by the creative act, that goes beyond the mirror, where Alice waits to be joined. These images live in the enchantment originated by the transformation of things during their reflection process, which represents always and basically, as in all other ways, the transfiguration process. In fact the world is physical temporality, observed by a temporary eye itself, that for those who really want to see reality, wishes to catch the eternity and the instant at the same time. Always and inexorably, eternity presents itself to the world as an instant – and at any instant it is different and basically unchanging. This is the reason why each photographic image falls in the eternal, but always remaining in the precariousness of life. A dialogue. As it is basically a dialogue the work that Andrea Pacanowski is presenting here, with the perfect title All’infuori di me. What are basically world and life if not a dialogue between the others and ourselves, between the outside and the inside, the outer and the inner? Other than me is all that instant by instant, in everyday life, becomes experience and therefore conscience: a way of comparing. The public, at a first quick look, could consider Pacanowski’s photographs as obtained in a digital way, or through the so called post-production. On the contrary they are made in an analogical way, using the “old” film. The photographer does not shoot directly the subjects, but the images reflected on the surfaces previously prepared. These surfaces can be canvas, wood, glass or something else. They are treated with paint, plaster, silicone or other materials, then scratched and, when the glass is used, the product is obtained playing with the effect of the painted area and the transparent area left as it is. These paintings can be compared to the abstract expressionism and should be exposed on their own – making sense completely. The film obtained in this way can be printed on different kind of materials and, in some cases, on a surface where Pacanowski made already his panting intervention. We are talking about a long and complex work. In fact “I never liked short cuts”, states Pacanowski, maybe referring to climbing metaphors. And it is a meaningful sentence to better understand his work made of tireless and entirely creative will. Pacanowski is fascinated by the mix of abstract painting and photographic precision, that originates recognisable and not defined images at the same time. A sort of elusiveness that recalls the Narcissus myth – beauty reflected on water. Beauty which is more impressive and desirable because of its elusiveness (Vanishing. As the photographic portrait of Baudelaire’s mother that he wished to have but never succeeded). The user of Pacanowski’s images, since his first glance, has to face the fusion of precision and indefiniteness. In fact when you look at the big works of this author from close distance you can only see abstract splashes of colour, while their definition comes out from long distance. Through it the texture is shown. Even if vanishing, they look like recognisable figures. Pacanowski started his creative career when he was very young, as assistant of Alberta Tiburzi, who was a famous model before she became a photographer. Pacanowski admits publicly: thanks to her, when he was only eighteen, he developed the pleasure to use light. But even earlier, his education was deeply influenced by the example of his father Davide, a famous Jewish Polish architect, whose mother was a sculptor and his two sisters were a painter and a musician. It was within the lively cultural atmosphere of his family that Andrea Pacanowski found the stimulus to become a brilliant fashion photographer. He enjoyed his successful job for years, expressing his creative strength through it. But slowly he felt that this strength could not be applied to fashion anymore. Too many things stopped it. Therefore it happened that the world that attracted him in the beginning, then became too small. His new creative process took place slowly through a true existential crisis. He came out of it with a self-portrait. It was him reflected on a wall at home: “It was almost a vision” Pacanowski says. After six months he felt a inner lightness, author of some of the best images, in which the element of composition – that represents the architecture of photography – is fundamental. In his compositions Andrea Pacanowski tries to avoid casualness at all, focusing on order and severity with precise determination. As the ancient Greek, he believes that they are the criteria of a piece of art. He applies this determination to all his subjects, that are extremely varied and all referable to beauty of vision – to the appearance of happiness. While I look at Pacanowski’s works, together with him, I fell that they remind me of something that I can not identify. At some stage he talks about how the ancient windows of the churches impressed him. Suddenly that bright beauty comes to my mind and the link becomes clear. Light and colour are the successful mix of Pacanowski’s images, that is clearly shown in the work presented here, All’infuori di me. Besides any reasoning raised by this topic, the author starting point are the crowds being fascinated by religious events. He shoots some events of three main monotheistic religions – Hebraism, Catholicism and Islamism – without any documentary intent, but only pushed by his artistic interest on colour and composition. The subject is just a purely visual element for him. In his glance there is no prejudice nor judging intent. There is only the pleasure to look at the way crowds, taking part to a ritual, share an experience that formally looks almost like a piece of art. The images that Pacanowski offers to our look are like a river that slowly flows and on which various shadows slide. We only have to look at them, caress the colours and feel ourselves caressed by colours. Everything else is useless and maybe even harmful.