Una religione fai da te? Contro gli stereotipi della privatizzazione del sacro.

di Mario Morcellini, direttore del dipartimento di comunicazione e ricerca sociale Sapienza Università di Roma
C’è un contrasto tra l’iconografia della religiosità singolarmente ricca nel nostro paese e il clima culturale che da troppo tempo stiamo vivendo. Quale che sia il destino delle polemiche sulla radice cristiana della nostra cultura, è impossibile negare che le cornici del nostro sguardo, e di noi italiani in particolare, sono intimamente impregnate di sentimento religioso. Certo, non si può dimenticare che molte di queste percezioni si confondono con il senso estetico, perché poche dimensioni più della religione hanno attratto una così imponente attenzione degli artisti di ogni disciplina, dagli architetti ai musicisti, dai pittori agli scultori. C’è una prima affinità elettiva da registrare in proposito, e riguarda i manufatti e le opere chiamate a raccontare con le pietre il senso religioso e la vocazione al bello e al sublime che ha sempre attratto gli uomini. L’Italia delle cattedrali sta lì a raccontarcelo. È quindi una bella contraddizione del nostro tempo vivere un ambiente di stimolazioni visive così profondamente segnato dal Sacro e, al tempo stesso, vedere scorrere sulla scena stili di vita e progetti di esistenza che sembrano aver rottamato i conti con la fede e con il sentimento religioso. Impossibile non accorgersi di questa dissonanza senza chiamare in causa l’euforia delle promesse del progetto moderno, in forza di cui l’uomo nuovo (ancora una volta) si sarebbe finalmente emancipato da tutti i dogmi della tradizione e dalle credenze infondate. Il paradosso però è che proprio quell’euforico progetto moderno è ormai attraversato da una crisi irreversibile, che ha messo a nudo le promesse mancate della secolarizzazione e della modernità, regalando al nostro tempo sensazioni sempre più pressanti di smarrimento e di precarizzazione della vita. A ben vedere, il modo in cui le certezze del passato hanno dovuto cedere il posto a un clima devastante di incertezza aiuta anche a rimettere in discussione quanto sia stata acritica l’occupazione unilaterale dell’immaginario dei moderni in forza di cui il clima culturale è formattato sulla pubblicità e sulla comunicazione della vita vera, che altro non è che l’hic et nunc dell’uomo sulla terra. Si alimenta la percezione che la nostra è la terra desolata, secondo la bella definizione di Eliot. Il meccanismo con cui la cultura dominante ha sciolto questa contraddizione è il suggerimento di ricorrere alla religione debole (una delle tante varianti della nostra capacità di definire il nostro tempo con formule elusive). Può essere definita come debole la religione che rinuncia allo spazio pubblico come suo luogo di espressione, compromettendo drasticamente il complesso progetto di coerenza tra orientamenti religiosi e scelta dell’azione. È così che la religione viene fatalmente reclusa nelle catacombe, rinunciando a qualunque dimensione all’infuori di me, e dunque compromettendo la radice essenziale del patto religioso, quella di costruire una coerenza tra la fede e il comportamento. Nel nostro tempo, l’estroflessione dello spirito religioso è dunque censurata come pressione ideologica e indebita performance sull’altro; ma questa è l’anticamera della sua liquidazione, perché, privata di qualunque viralità e potere di contagio, essa viene amputata di quella dimensione decisiva della vita degli uomini che è dare e lasciare segni, influire sugli altri, con-vivere in società. Se la religione è privatizzata, come rischiosamente tende ad accettare di essere, scivola nel solipsismo e diventa la variante più aberrante di quello tsunami del tempo moderno che è l’individualismo. È per questo che le fotosintesi di Andrea Pacanowski rappresentano una sfida per il nostro sentire. Sono una vera e propria provocazione contro il modo in cui ci siamo accasati nella modernità, accontentandoci degli accessori e degli optional. La forza di restituzione di queste immagini riporta le fedi alla loro dimensione costitutiva: forme elementari della vita religiosa (proprio il titolo del fantastico libro di Durkheim di cui quest’anno celebriamo il centenario) e, al tempo stesso, restituzione del simbolismo spirituale alla sua natura di vincolo pubblico. Re-ligo, appunto, nel significato più profondo di costituzione di società, legame simbolico e, proprio per questo, dunque profondamente scelto dalla persona. Il concetto di socialità, o meglio ancora di reliance (appunto da religare: tenere insieme, legare), è stato riattualizzato da illustri sociologici contemporanei come Edgar Morin e Michel Maffesoli, quale asse portante della struttura antropologica. La “reliance” è il bisogno umano di risposta all’isolamento, la ricerca di legami sociali di comunione umana. Al centro delle tele di Pacanowski c’è la consapevolezza intellettuale e poetica che la religione è un fatto intimamente sociale e comunicativo. Si può disertare dalla fede, ma non manipolarne identità e carisma. A meno che non si voglia relegarla al mercato dell’usato e degli oggetti del passato. Le tavolozze di Pacanowski sono dunque schierate: attaccano quella convenzione del senso comune in forza di cui la religione dovrebbe essere per i soli, fruita in solitudine come un habitus non più “politicamente corretto”. Diventano dunque una vera e propria manifestazione anche politica. Il lavoro dell’artista parte dalla fotografia quale materia prima, da cui l’autore scava per sottrazioni successive, eliminando i dettagli per concentrarsi sulle forme e, soprattutto sui colori, fino ad arrivare al segno essenziale, pochi tratti estremamente vividi in grado di riassumere la fede in quanto momento collettivo e sociale, ben oltre dunque l’accezione di sentimento privato, fai da te, e dunque celato allo sguardo pubblico. Del resto già Durkheim aveva sapientemente evidenziato la natura della religione come sistema di azione sociale, attraverso la centralità dei rituali formali e delle cerimonie simboliche nella vita degli individui e delle collettività. Riti e cerimonie religiose rafforzano la solidarietà e la coesione del gruppo, contribuiscono al mantenimento dell’ordine e della stabilità, generano credenze condivise. Riascoltiamo una celebre prefazione di Durkheim: questi fenomeni “sono il germe da cui sono scaturiti tutti, o quasi, gli altri. La religione comprende in sé in via di principio, sebbene in stato ancora embrionale, tutti quegli elementi che separandosi, affermandosi, connettendosi tra loro in mille modi hanno dato origine alle varie manifestazioni della vita collettiva”. È anche alla luce di questa citazione che le immagini di Pacanowski ci appaiono infatti lontanissime dallo sguardo seriale della televisione e della carta stampata, ma si allontanano al tempo stesso dalla convenzionalità di certe post-produzioni digitali che talvolta vengono troppo sbrigativamente etichettate come “foto d’arte”. Ogni singola fotosintesi rappresenta infatti una sfida narrativa, che sintetizza un segmento del reale in pochi tratti, macchie di colore intenso, pennellate quasi in rilievo, forme dai contorni incerti, come specchiati nell’acqua calma di un limpidissimo stagno. E’ evidente che dietro questi lavori c’è un faticoso processo di ricerca artistica e di inedita sperimentazione sulle tecniche e sui materiali, per cui ogni immagine non è soltanto il segno di un punto di vista su una realtà necessariamente trasfigurata dall’intervento pittorico, ma è anche un tratto distintivo della sensibilità e della personalità dell’autore, che si ritrova in tutte le sue opere fino a diventare la sua stessa firma.
A self-made religion? Against the stereotypes of the privatization of the sacred.
by Mario Morcellini, director of communications and social research department Sapienza University of Rome
A contrast exists between the iconography of religion, oddly rich in our country, and the cultural climate that we have been living since long time. No matter what the destiny of polemics about the Christian roots of our culture will be, it is impossible to deny that the frames of our look, of Italians in particular, are intimately filled with the religious feeling. Certainly it is impossible to forget that many perceptions are confused with the aesthetic sense, since just few dimensions more than religion have attracted the attention of so many artists of any discipline, architects and musicians, painters and sculptors. There is a first elective affinity to register to this end, which concerns the artefacts and the works that describe with the stones the religious sense and the vocation to beauty and sublime which has always attracted mankind. Italian cathedrals tell us about this. It is therefore a beautiful contradiction of our times to live in an environment full of visual stimulus so deeply marked by the sacred and to see on the scene at the same time lifestyles and existence projects that seem to have destroyed the pending relations with faith and religious feelings. It is impossible not to notice this dissonance without considering the euphoria of the modern project promises, according to which the new man (once more) finally emancipated from all the dogma of tradition and misbelieves. Nevertheless the paradox is that the euphoric modern project is already affected by an irreversible crisis, that has disclosed the failed promises of secularisation and modernity, giving to our times always more pressure on the sensations of confusion and precariousness of life. Looking carefully, the way in which the certitudes of the past have given way to a devastating atmosphere of incertitude, helps us also to call into question how uncritical was the unilateral occupation of modern imagination according to which the cultural climate is formatted on advertising and the communication of real life, that is to say the hic et nunc of mankind on hearth. The perception of our desolated land, according to the beautiful Eliot’s definition, is kept alive. The mechanism through which the dominating culture solved this contradiction is the suggestion to look to weak religion (that is one of the different ways to define our time through elusive formula). The religion that renounces to the public space as the place to express itself can be considered weak, drastically compromising the complex coherence project between the religious orientations and the action’s choice. Therefore religion is restrained in the catacombs abandoning any dimension other than me, and therefore compromising the essential root of the religious pact, which is to build a coherence between faith and behaviour. Nowadays the expression of the religious spirit is therefore blamed as ideological pressure and undue performance on the others; but this is the beginning of its clearance because, deprived of any viral and infection power, it is mutilated of the possibility to give and leave signs, to influence the others, to have a social way of living, decisive dimensions of men’s lives. If religion is privatized, as risky it tends to accept to be, it slides to solipsism and becomes the most aberrant version of individualism, the tsunami of modern times. This is why the photosynthesis of Andrea Pacanowski represent a challenge to our way to feel. They are a real provocation against the way we have set up in modernity, satisfied with accessories and optional. The feedback of these images brings faiths back to their constitutive dimension: elementary forms of religious life (the title of the beautiful book of Durkheim, whose centenary is celebrated this year) and, at the same time, return of the spiritual symbolism back to its nature of public tie. Therefore re-ligo, as the deepest meaning of the constitution of society, as symbolic link and therefore intimately chosen by the individual especially for this reason. The concept of sociality, or even better of reliance (from religare: to keep together, to link) has become modern again, thanks to some important contemporary sociologists as Edgar Morin and Michel Maffesoli, as the pillar of the anthropological structure. The “reliance” represents the human need to face isolation, the research of social links of human communion. In Pacanowski’s works there is the intellectual and poetic awareness that religion is a social and communicative intimate fact. It is possible to abandon the faith but not to manipulate its identity and charisma. Unless you want to consign it in the second-hand or vintage market. Therefore Pacanowski’s palettes are aligned: they attack the common sense convention according to which religion should be for individuals on their own, enjoyed lonely as a habit which is not “politically correct” anymore. Therefore they become also a true political expression. The work of the artist starts from photography as raw material, where the author digs with several removals, eliminating the details to concentrate on shapes and especially on colours, to reach the essential sign, few extremely clear marks able to synthesize faith as collective and social moment, far beyond the meaning of private feeling, self-made and therefore hidden to the public eye. Durkheim already wisely underlined the nature of religion as a system of social action, through the centrality of formal rituals and symbolic ceremonies in individuals and collective lives. Rituals and religious ceremonies enforce solidarity and group cohesion, contribute to keep order and stability, generate shared beliefs. Let’s listen again to a famous Durkheim’s preface: these phenomena “are the germ from which all the others arise, almost all. Religion has in principle, even if in the embryonic stage, all those elements that separating, establishing themselves, connecting together in many ways have originated the different expressions of collective life”ı. Following this quotation, once more Pacanowski’s images appear to us so far from the television and magazines serial look, but at the same time they detach from the conventionality of some digital post-productions that sometimes are too easily tagged as “art photographs”. Each photosynthesis represents a narrative challenge, that synthesize a segment of reality through few marks, intense splashes of colour, strokes almost in relief, shapes with uncertain outlines, as they are reflected in the calm water of a limpid pond. It is evident that behind these works there is an intense process of artistic research and original experimentation on techniques and materials, therefore each image is not only the sign of a point of view on reality necessarily transfigured by the pictorial intervention, but it is also a distinctive mark of the sensitivity and personality of the author, that is present in all his works becoming his own signature.